La rivoluzionaria scoperta del cervello addominale: ricorda, ha nevrosi e
domina il "collega" più nobile.
In tutte le culture, nei modi di dire, nel senso comune, la pancia è
tradizionalmente la sede principale (più del cervello) dei sentimenti
e delle emozioni. Ma fino a oggi per gli scienziati era un semplice tubo governato
dai riflessi; e per la maggior parte dei cittadini del mondo occidentale solo
la parte più prosaica, viscida e rumorosa del corpo umano. Finché
a qualcuno non è venuto in mente di contare le fibre nervose dell'intestino.
E ha così scoperto che i modi di dire si basavano su una realtà
scientifica: nella pancia c'è un secondo cervello, quasi una copia
di quello che abbiamo nella testa. Non serve solo alla digestione. Come il
cervello della testa anche quello addominale produce sostanze psicoattive
che influenzano gli stati d'animo, come la serotonina, la dopamina, ma anche
oppiacei antidolorifici e persino benzodiazepine, sostanze calmanti come il
valium.
Anche il collega "di sotto" soffre di stress e nevrosi.
Il cervello addominale, insomma, lavora in modo autonomo e invia più
segnali al cervello "nella testa" di quanti non ne riceva da esso.
Aiuta a fissare i ricordi legati alle emozioni. Può ammalarsi, soffrire
di stress e sviluppare proprie nevrosi. Prova sensazioni, pensa e ricorda.
E aiuta a prendere decisioni. Che bisogno c'era di due cervelli? "Nella
scatola cranica tutto non ci stava" spiega Michael Schemann, docente
di fisiologia alla facoltà di veterinaria di Hannover (Germania). "Per
far passare i collegamenti col resto del corpo il collo avrebbe dovuto avere
un diametro enorme. " poi, appena dopo la nascita, il neonato deve mangiare,
bere e digerire: meglio che questae funzioni fondamentali siano autonome".
Durante la formazione dell'embrione, quindi, una parte delle cellule nervose
viene inglobata nella testa, un'altra va nell'addome: i collegamenti fra i
due sono tenuti dal midollo spinale e dal nervo vago. Al secondo cervello
sono affidate le "decisioni viscerali", cioè spontanee e
inconsapevoli: ha quindi un ruolo importante nella gioia e nel dolore. Per
studiare questo secondo cervello è nata una nuova scienza, la neurogastroenterologia.
Le basi le ha gettate, a metà dell'800, Leopold Auerbach, un neurologo
tedesco, che, osservando al microscopio l'intestino notò due strati
sottilissimi di cellule nervose tra due strati di muscolo. E scoprì
che questa specie di calza a rete avvolge tutto il tratto digerente, fino
al retto.
Stesse cellule, stessi principi attivi e ricettori: sono quasi identici.
A che cosa servono?,si chiese Auerbach. Allora dell'intestino non si sapeva
molto se non che estrae l'energia dal cibo. Di qui, nell'arco di una vita,
passano più di 30 tonnellate di alimenti e 50 mila litri di liquido.
Il cuore, al confronto, è una pompa primitiva. Una volta masticato
in bocca e intriso di succhi gastrici nello stomaco, il boccone, divenuto
chimo (cioè poltiglia), viene compreso nel duodeno, il primo tratto
dell'intestino lungo 30 cm. Qui affluiscono le secrezioni del pancreas e della
cistifellea i cui enzimi scompongono il chimo in molecole piccolissime. Poi
il chimo passa nell'intestino tenue, lungo fino a 5 metri, dove avviene la
digestione. Il cibo sminuzzato, i grassi, i carboidrati e le proteine vengono
assorbiti nei vasi sanguigni e linfatici da miliardi di piccoli villi che
tappezzano le pareti. Dopo l'intestino tenue, c'è il crasso, lungo
1,5 metri: serve a riassorbire i 9 litri di liquidi necessari alla digestione.
Le pompe molecolari del crasso assorbono quest'acqua e la restituiscono all'organismo.
Alla fine del viaggio i residui di cibo, le cellule morte e i microrganismi
vengono spinti verso l'uscita, l'ano, grazie a un robusto fascio muscolare.
La rete di cellule nervose intravista da Auerbach è la centralina di
gestione e di controllo: non si limita ad analizzare la composizione del cibo
e a coordinare i meccanismi di assorbimento e di escrezione. Comanda anche
la velocità del transito e altre funzioni grazie all'equilibrio tra
neurotrasmettitori inibitori ed eccitatori, ormoni stimolanti e secrezioni
protettive.
Quella che per noi è solo una bistecca, per il cervello addominale
è una realtà fatta di milioni di sostanze chimiche da analizzare,
per decidere se si tratta di elementi da assorbire, di un veleno o di un microrganismo
da tenere a distanza. Perché il cervello dell'addome è anche
l'organizzatore del fronte contro gli invasori. Il suo compito principale
è sovrintendere alla superficie più grande del corpo umano in
contatto con l'esterno.
E' la parte più estesa a contatto con l'esterno: siamo cavi.
"All'interno siamo cavi" dice Michael D. Gershon, neuroscienziato
della Columbia University di New York, " il corpo viene a contatto con
l'esterno non solo attraverso la pelle ma anche attraverso la parete dell'intestino.
Un tunnel così ben costruito da consentire all'ambiente circostante
di attraversarci senza farci alcun danno".
Nell'intestino, infatti, abitano circa 500 specie di esseri potenzialmente
letali. Addirittura metà delle feci è fatta di batteri morti.
Per questo le pareti intestinali devono essere la difesa più efficiente
dell'organismo. Così si spiega perché vi si trovino il 70% delle
cellule del sistema immunitario. E se nell'addome penetrano veleni, il cervello
addominale avverte il cervello della testa che reagisce con una strategia
prestabilita: vomito, crampi e diarrea. Se il veleno è identificato
precocemente viene eliminato dall'alto per la via più breve. Se, invece,
è già a mezza strada, entra in gioco il riflesso peristaltico.
E' fatto di contrazioni ondulatorie della parete muscolare dell'intestino,
che spingono il contenuto dalla bocca verso l'ano. Queste contrazioni sono
sincronizzate dal cervello addominale, stimolato dalla pressione sulle sue
pareti. Basta che un boccone di cibo dilati un segmento dell'intestino, che
le cellule nervose iniziano a secernere neuromediatori, cioè proteine
che sono il linguaggio chimico delle cellule nervose, che inibiscono o eccitano
le cellule muscolari responsabili del riflesso.
Se predomina l'inibizione, l'intestino si ferma: è la stitichezza cronica
e le feci si fanno dure perché stando tanto tempo nel crasso vengono
disidratate. Se invece predomina l'eccitazione il trasporto accelera fino
alla diarrea, perché è tanto veloce da non dare tempo al crasso
di riassorbire i liquidi. In genere più si penetra nell'apparato digerente,
più debole diventa il controllo del cervello nella testa. La bocca,
parti dell'esofago e lo stomaco si lasciano ancora dire qualcosa da lassù.
Dopo il piloro, la regia passa alla pancia.
Gershon s'innamorò del cervello addominale quando era studente, apprendendo
che la serotonina, un neuromediatore, influiva sugli stati d'animo. Scoprì
poi che il 95% della serotonina è prodotta dalle cellule nervose dell'intestino
ed è responsabile anche del riflesso peristaltico.
Quando la pancia "si irrita" combina un sacco di guai.
Nessuno prese sul serio Gershon fino al 1981 quando uno dei suoi oppositori,
l'australiano Marcello Costa, dimostrò che le cellule nervose dell'intestino
producono serotonina, che nel frattempo si era rivelata uno dei tanti neuromediatori
del sistema nervoso. Ma non è l'unica sostanza secreta dal cervello
addominale, che è un'enorme fabbrica chimica perché produce
una quarantina di neuromediatori con i quali con quali comunica attraverso
il cervello della testa.
Le cellule di entrambi i cervelli infatti parlano la stessa lingua chimica.
E questo spiega perché spesso nei malati di Alzheimer e di Parkinson
si riscontra lo stesso tipo di lesioni in entrambi i cervelli. E perché
i farmaci psichiatrici agiscono anche sull'intestino e quelli gastroenterici
anche sul cervello. Un ormone gastrico, la secretina, viene sperimentato nella
terapia dell'autismo, una malattia psichiatrica. Un anti-emicrania seda gli
intestini iperattivi. Gli antidolorifici calmano alcune infiammazioni del
tratto digerente. E alcuni antidepressivi agiscono sull'umore cerebrale, ma
anche sul cervello addominale causando diarrea o stitichezza.
L'ultima terapia in sperimentazione contro il colon irritabile è frutto
degli studi sul cervello addominale. Di colon irritabile soffre il 20% della
popolazione: causa dolori all'addome, evacuazioni irregolari, accumulo d'aria
nell'intestino. Non si sa perché il colon di questi pazienti funziona
male. Il colpevole, secondo Schemann, è il cervello addominale. Oppure
cervello alto e cervello basso non si intendono, e lo stesso avverrebbe in
una cinquantina di altre malattie. Gershon sostirne che il cervello addominale
è soggetto a nevrosi. La comunicazione tra i due cervelli è
comunque dominata da quello nella pancia. E' da qui che parte, diretto alla
testa, il 90% dei messaggi. La maggior parte di questi messaggi sono inconsci,
cioè avviene senza che noi ne prendiamo coscienza. Li percepiamo solo
quando sono segnali di allarme, che scatenano reazioni di malessere.
I depressi sentono tutti i movimenti del loro intestino.
Emeran Mayer, docente all'università della California, ha scoperto
che una parte dei messaggi del cervello addominale arriva nel sistema libico,
posto al centro del cervello della testa. Questa area ha il compito di elaborare
i segnali negativi e reprimere le sensazioni spiacevoli. "E' un po' come
il fenomeno del maglione che pizzica" spiega Mayer "dopo un po'
non lo si avverte più". Gli stimoli provenienti dall'intestino
vengono percepiti solo se superano una soglia piuttosto alta, mentre chi soffre
di colon irritabile, secondo Mayer, avrebbe una soglia più bassa e
avvertirebbe ogni movimento intestinale. "Anche i depressi e gli ansiosi
hanno alterazioni simili" dice Mayer. Perché si abbassa la soglia?
Forse per lo stress.
Se il cervello della testa percepisce tensione e paura, chiama a raccolta
le cellule dell'intestino che producono sostanze irritanti come l'istamina.
Questa proteina a sua volta attiva le cellule nervose del tubo digerente che
fanno contrarre le cellule muscolari: ecco spiegati crampi o diarrea. Il segnale
di allarme va poi al cervello della testa che lo ritrasmette verso il basso
e così via. Se l'ansia non cala, il cerchio si chiude e i sintomi si
cronicizzato.
Gli stress del passato restano impressi anche nella pancia.
Il cervello addominale sarebbe addirittura dotato di memoria che per fissare
i ricordi usa le stesse molecole del cervello della testa: gli stress del
passato si stampigliano così nel cervello e nell'addome, dice Schemann,
rendendo l'asse cervello-addome ipersensibile per tutta la vita.
E questo spiega perché i bambini che soffrono di coliche nell'infanzia
hanno in genere un rischio maggiore di diventare adulti sofferenti per il
colon irritabile. Anche i topi esposti da neonati a situazioni stressanti
sono adulti ipersensibili, con sintomi intestinali simili a quelli da colon
irritabile. E il 40% dei pazienti con colon irritabile soffre in genere anche
d'ansia e depressione. Che malinconia e paura nascano allora nell'intestino?
"I nostri risultati dicono che, così come la fame e la sazietà
influiscono sull'umore, nel cervello addominale si può celare l'origine
di altri stati d'animo, e tra questi anche la classica depressione" sostiene
Mayer. Queste ricerche sono però ancora agli inizi.
Ogni volta che l'intestino si contrae ed emette serotonina o altri neuromediatori
le informazioni viaggiano lungo il nervo vago fino al cervello della testa.
Dove vengono tradotte in malessere o allegria, stanchezza o vitalità,
umore buono o cattivo.
Anche la pancia sogna durante la fase rem del sonno.
"Possiamo perfino dire che il cervello addominale pensa" dice Schemann.
" E' organizzato in modo funzionale, lavora con una serie di circuiti,
è in grado di registrare stati diversi e reagire autonomamente: insomma
possiede tutto ciò che serve a un sistema nervoso integrativo".
Quello che è certo è che l'addome crea l'atmosfera per la testa:
La testa è la "banca delle emozioni" che raccoglie tutte
le reazioni e i dati, soprattutto nella corteccia anteriore, dietro la fronte,
particolarmente legata all'addome.
Il cervello dell'addome insomma racconta la sua versione al cervello della
testa, crea il suo "profilo emotivo" e prepara un "letto di
sensazioni", anche per la notte. E infatti, durante la fase rem del sonno,
quando produce onde dolci e si popola di sogni, anche le viscere iniziano
a ondeggiare grazie alla serotonina. "E dopo un pasto pesante non si
fanno forse brutti sogni?" si domanda Mayer. Con queste onde il cervello
della testa fissa i ricordi con il loro carico di emozioni. Più saranno
fissate le emozioni, migliori saranno le decisioni della volta successiva.
"Nei prossimi anni potremmo scoprire che il cervello nell'addome è
la matrice biologica dell'inconscio. Una scoperta importante per gli uomini
quanto quella di Copernico sul sistema solare " sostiene Gershon.
LA MEMORIA DEL CUORE HA BRUTTI RICORDI
Anche il cuore avrebbe una memoria: ipotizzata 15 anni fa, la sua esistenza
ora è stata provata da Michael Rosen, docente della Columbia University
di New York, esperto di aritmie, sulla rivista scientifica Circulation. Brutti
ricordi. Una memoria maligna, capace di ricordare solo gli eventi spiacevoli:
le aritmie più gravi, l'installazione di pace maker. Quando memorizza,
accumula all'interno delle sue cellule un ormone, l'angiostatina 2, che fa
aumentare il rischio di aritmie. Dimenticare o no? "E' una memoria che
potrebbe essere responsabile di alcune morti inspiegabili" ha ipotizzato
Rosen. Alcuni farmaci, come quelli utilizzati per lo scompenso cardiaco, sono
in grado di far perdere la memoria al cuore. "Ma non sappiamo se questo
possa essere un bene o un male" dice Peter Schwartz, docente di cardiologia
all'università di Pavia (Amelia Beltramini). Focus - Marzo 2001